martedì 20 dicembre 2011

DIETINA DI RECUPERO, OVVERO: DEL GIORNO DOPO

1) PREPARA UN MINESTRONE LEGGERO, ANCHE DI QUELLI SURGELATI SENZA LEGUMI NE' PATATE, IN QUANTITA' TALI DA AVERNE A DISPOSIZIONE PER UN PAIO DI GIORNI.

2)ACQUISTA E TIENI IN FRIGORIFERO O IN CONGEALTORE QUALCHE PORZIONE DEL PESCE CHE PREFERISCI

3)ACQUISTA (O FATTI REGALARE: CE NE SONO DI BELLE!) UNA OLIERA SPRAY PER CONDIRE.

4)APPARECCHIA CON GUSTO LA TAVOLA ANCHE SE SEI DA SOLA/O.




5)SERVITI UNA FONDINA DI MINESTRONE E UNA PORZIONE DI PESCE A PRANZO E UNA FONDINA DI MINESTRONE A CENA.CONDISCI CON UNO SPRUZZO DI OLIO.

6)MANGIA TRE MELE ANNURCA DI PICCOLA PEZZATURA BEN LAVATE E CON LA BUCCIA, ANCHE COTTE, IN TUTTA LA GIORNATA

7)A COLAZIONE: UN CAFFE' O TE' LEGGERI CON POCO ZUCCHERO E TRE FETTE BISCOTTATE INTEGRALI

8) DURANTE LA GIORNATA PER ALMENO TRE VOLTE SALI E SCENDI SCALE A PIEDI OPPURE FA' LA BICICLETTA SFORBICIANDO SDRAIATA/O SU UNA SUPERFICIE NON TROPPO MORBIDA, PER CINQUE MINUTI.

9) TISANE E INFUSI SENZA ZUCCHERO A VOLONTA' E PERCHE' NO? ANCHE UN BICCHIERE DI COLA ZERO!

DECALOGO DIETOLOGICO DELLE FESTE by Dott.ssa Cristina Maria Russo






1. ONORA LA TAVOLA E IL CONVIVIO NEI GIORNI DI FESTA
2. PRIMA DI TUFFARTI SUL DIVANO FA’ UNA LUNGA PASSEGGIATA
3. NEI GIORNI NON RIGOROSAMENTE FESTIVI, SEGUI IL TUO SCHEMA NUTRIZIONALE O FA' UNA DIETINA DI RECUPERO...
4. BEVI ACQUA, TE’, TISANE, INFUSI A VOLONTA’
5. NON RIFIUTARE GLI INVITI MA EVITA DI ESAGERARE
6. NON RIEMPIRE LA CALZE DELLA BEFANA DI DOLCIUMI MA DI BUONI PROPOSITI
7. IN QUESTI GIORNI NON E’ IMPORTANTE DIMAGRIRE MA MANTENERE IL PESO
8. DOPO LE FESTIVITA’, INSIEME ALLA CASA,RIPULISCI ANCHE LA DISPENSA DAI RESIDUI NATALIZI!!!
9. RICORDATI CHE NON S’INGRASSA TRA NATALE E CAPODANNO, MA TRA CAPODANNO E NATALE!
10. RICORDATI DI PESARTI UNA VOLTA LA SETTIMANA

lunedì 19 dicembre 2011

Leggerezzen - Lo zen e l'arte della lettura e della cucina leggera: ANCHE QUESTA VOLTA

Leggerezzen - Lo zen e l'arte della lettura e della cucina leggera: ANCHE QUESTA VOLTA: “Si stanno avvicinando. Di nuovo. Ma non mi avranno” Pensò Pat Bù guardando il calendario. Il grande specchio del bagno sui lavabi gemelli ...

ANCHE QUESTA VOLTA

“Si stanno avvicinando. Di nuovo. Ma non mi avranno” Pensò Pat Bù guardando il calendario.
Il grande specchio del bagno sui lavabi gemelli rifletteva la sua immagine ammiccante. Si truccò il viso con cura scolpendo lo sguardo azzurro nella polvere dell’ombretto blu metallo, passò il rosso alle labbra e controllò la laccatura sanguigna delle unghie delle mani: perfetta, e ad un tratto il suo cellulare squillò. Ascoltò in silenzio la voce il cui tono deciso vibrava oltre l’apparecchio e solo una impercettibile increspatura delle sopracciglia tradì un attimo di apprensione sugli smoked eyes affilati come spade.
Si avvolse nel mantello e seguita dal suo fido e intrepido Pic Colin, la Bù scese in garage e avviò la Pat mobile nell’aria gelida della notte.
Nel lapislazzuli del cielo di dicembre la notte zoomava sul primo piano di una luna piena come un uovo sodo che scintillava sulla Pat mobile lasciando le stelle fuori fuoco a tremolare lontane e solitarie, morte. Le ombre dei lampioni e degli alberi spogli disegnavano trame di ragnatela sull’asfalto mentre l’automobile avanzava silenziosa lungo le vie deserte della città.
Il mare burrascoso del mattino sembrava aver trovato un po’ di pace ma Pat sapeva che sotto lo strapiombo le onde s’infrangevano senza requie, violentemente contro le scogliere come artigli rapaci che ghermiscono le prede. Un brivido la percorse: lei era preda o cacciatrice? E quando dallo specchietto retrovisore vide il lampeggio dei fari e il Pic Colin si acquattò sul sedile del passeggero, insolitamente muto, gli occhietti lucidi ad osservarla, la Bù seppe con certezza che non era ancora tempo di esser preda e, senza esitare, spinse fino in fondo lo stivale stilettato sul pedale dell’acceleratore.
Pic Colin gemette piano, quasi un guaito, ma rimase dignitosamente al suo posto mentre la Pat mobile prendeva le distanze dai suoi inseguitori che a tratti sembrava stessero per raggiungerla. “Non mi avranno; anche questa volta riuscirò a fermarli”continuava a pensare Pat Bù mentre fuggiva veloce nella scia della luna. Ma il calendario perdeva in fretta i foglietti dei giorni e degli anni, in mulinelli di vertigini e ricordi, attimi da trattenere o da dimenticare nel chiarore degli abbaglianti che la inseguivano. Ma non la raggiunsero nemmeno questa volta quando finalmente arrivò a destinazione per ritirare la sua torta di compleanno.
E Pat Bù spense le candeline circondata dai suoi cari e visse per sempre splendente e contenta con il suo fido Pic Colin, i suoi figli e il caro vecchio Gin.

Cristina Maria Russo

Buon compleanno, Amica mia!

lunedì 25 luglio 2011

Anche quest'anno ho vinto il primo premio al Concorso "Donne... ieri oggi domani"

Il tema: "Specchio delle mie brame" - La bellezza femminile allo specchio del tempo





Per il secondo anno consecutivo mi aggiudico il primo premio ed è sempre una bella emozione; ecco il mio racconto vincitore di questa quarta edizione


" NON GIOCO PIU’ "

Vecchiaia. Non è una malattia, ma può far male mentre scolpisce nei solchi delle rughe ogni espressione dell’esistenza al sedimentarsi del tempo che diluisce collagene e ispessisce cheratina.
I miei occhi che hanno visto già tanto, vorrebbero riposare, dietro le cataratte mandate dal cielo per il giusto conforto nell’oblio, ma il cervello continua a volare insieme alla curiosità che non si attenua mentre il chirurgo cala un cristallino nuovo di zecca, immatricolato e graduato nel mio occhio che guarderà la vita ancora e ancora:
“Dottore, ma un cristallino tutto sfumato coi colori di un tramonto d’estate, no?”, scherzo.
Mi congedo con una pacca sulla spalla dal medico non prima di avergli consigliato il numero tre di un correttore beige per provare ad accorciare la punta del naso e per attenuare un pochino le borse sotto le palpebre cadenti: è la deformazione professionale che non mi abbandonerà mai.
Sono una truccatrice.
Invecchiata nel mondo dello spettacolo, dietro le quinte dei palcoscenici, tra poco mi pensionerò, ma non me ne rammarico no, perché di incipriare le Belle Elene di turno, finte regine con la sola regalità del sesso e della giovinezza da cavalcare sgomitando senza educazione per un primato che può durare finché lo specchio di tutte le brame non rifletterà nuove immagini giovani e belle, non mi va più, no, grazie.
Vorrei che i miei strumenti fossero pronti soltanto per operare sui volti delle regine, quelle capaci di arrivare nei camerini con la fila dei bigodini issati dal parrucchiere sulla testa come una corona.
Ma dove sono?
“Non gioco più, me ne vado”, cantava una di quelle antiche sovrane. Condivido.
Sono una vera maga della bellezza. Ciprie, piumini e correttori, matite e pennelli, ombretti e fard, lucidalabbra e rossetti: sono un pittore che inventa visi su volti anonimi, sguardi accesi su occhi spenti, sorrisi su labbra sterili. Trasformo, costruisco, ringiovanisco e camuffo i segni del tempo, sotto bucce di cerone come maschere da tragedia: espressioni dipinte con e senza botox, collagene o acido ialuronico. Regalo finzioni di gioventù, eterne finché il trucco reggerà.
Ore d’impegno ai provini anche molti giorni prima di andare in palcoscenico, ma è tutto lavoro per il direttore delle luci che farà le prove tecniche più tardi. Sfumature chirurgiche fatte da coni d’ombra e di gelatine colorate gialle, arancioni o verdi o blu; poi finalmente arriva il segnale:

TRE MINUTI!

Sui chiaroscuri già dipinti tampono e inciprio. Ritocco labbra ampie e ardenti, impazienti di sminuzzare lucidi rossetti e verbi in rivoli sanguigni dai percorsi incerti ma stridenti sui binari dei congiuntivi morti.
Sul proscenio la fronte gronda nell’afa delle luci artificiali, i nasi brillano come stelle comete.
Vago sul palco con il mio piccolo beauty: tampono gli effetti lucidi di sebo e sudore, opacizzo i volti spolverandoli con piumini di cipria e spazzolo fard per correggere le ombre; ridefinisco i contorni di labbra e sorrisi con matite e rossetti.
Al cenno convenuto dell’ispettore di studio, infine sparisco acquattandomi dietro i monitor; e per un attimo chiudo gli occhi stanchi.

E’ il 1974: il televisore sia accende sul canale nazionale, il sabato sera alla nove, qualche decina di anni fa. Mille luci si accendono sulla ribalta, proprio mentre siamo in piena austerity.
Otto puntate, ed io sono alle prime esperienze lavorative con artisti di grande calibro.
Vertigino, ma la paura non mi ferma, sono appena ventenne.
Vengo dalla provincia, dalle campagne laziali al frinire delle cicale che ricordo oziose a cantare sui rami della mia vecchia casa nell’uliveto argentato, mentre leste formiche s’inerpicano laboriose tra le tane ai piedi delle vigne.
Affogo nella quiete estiva dei vecchi beoni seduti fuori ai bar a giocare a carte, e agli sguardi sprezzanti dei ragazzi che mi fischiano dietro complimenti osceni.
- Non mi avrete; me ne vado: porterò il mio culo lontano dalle vostre mani bifolche!- Strepito.
Liti furibonde e le impronte delle dita infuocate di mia madre che mi vuole dare in sposa a Mario, stampate sulle mie guance. Cuscini imbevuti di lacrime. Sono una contadina, né cicala né formica, ma una donna giovane con la voglia di regnare su un mondo senza lo sfondo della scacchiera dei campi arati sotto il sole. Me ne arrogo il diritto.
Imparo come e dove posso l’arte del trucco: le dive dei fotoromanzi sono le mie modelle che ricalco e decoro. Il volto di mia nonna Flaminia, icona sacra della mia determinazione, che si presta al gioco di olio, farina e carboncino con il filo di rossetto quasi finito di mia madre, è la propulsione che mi spara in città. Coi soldi che mi regala, una sera che si guarda nella crosta dello specchio in cucina senza riconoscersi mentre due lacrime gemelle e scure le rigano le guance che paiono rosate e senza rughe, approdo a Roma come Rambo a Hope, che significa speranza, nel suo primo film.

Testarda e risoluta, ho superato tutte le prove e le prepotenze di chi non voleva che restassi e adesso eccomi qui: proprio io, Patrizia T. che finora ha truccato soltanto spose e qualche attore dei teatri amatoriali, dopo la prima puntata di prova, sul palco del Delle Vittorie.
Con i miei piumini, svolazzo tra le due regine italiane, donne di fiori e di picche dello spettacolo mentre la mia sovrana, quella piccina coi capelli lisci dorati, balla vestita di grigio affiancata da candide girls, -la tv è in bianco e nero, a cosa servirebbero altri colori?- e sullo sfondo di ampi riquadri fotografici, in scacchiera come i campi arati delle mie campagne, intona Din Don Dan.
La mia sigla d’apertura.

Oggi il titolo di questa canzone è il mio soprannome, sono la nonna Dindondan perché, alla fine della giornata, arriva a casa suonata come una campana. Stanca.
Le Belle Elene che devono entrare in scena non sono più le due regine o le gemelle Kessler né, tanto meno, la bravissima Franca Valeri, ma io accorro ancora coi kleenex, i piumini incipriati e le matite per le labbra: mi pagano per questo, la vita me lo chiede.
Sono moglie, madre e nonna, e diversamente da come avrebbe voluto mia madre, non sono l’angelo del focolare. Viaggio sui bus e sulle metro tirandomi dietro le gambe stanche; qualche uomo gentile, talvolta mi lascia il suo posto: - poiché non sono incinta, è perché son vecchia che si alza- penso, mentre sullo sfondo scuro del finestrino di fronte, vedo occhieggiare una lunga ciocca dei miei capelli bianchi.
Cammino pesantemente sulle scarpe basse allacciate e non corro più sui tacchi a spillo che s’infilavano, caini, negli interstizi dei sampietrini delle strade che percorrevo per incontrare i miei sogni ormai raggiunti. E benedico il tacco che una mattina mi portò da Stefano, l’uomo che mi ama ancora come l’ape regina che aspetta ogni notte di veder tornare al suo alveare.

Le calze di seta con la cucitura di bambola e i piedi infilati nelle scarpe di vernice nera acquistate con la dignità dei primi soldi che non ho spedito a casa, lo sguardo ardente di chi sta scalando la vita, incontro gli occhi buoni di un ragazzo che mi aiuta a rimettere il gommino sfilato dal piccolo tacco. Il mio giovane volto avvampa e vorrei un piumino di cipria o una gelatina blu per attenuare il rossore che imporpora le guance e il collo come lo stramaledetto sole che mi bruciava sui campi e non mi accorgo di essere solamente una sciocca ragazza di provincia, che si vergogna delle sue origini. Stefano però non vede altro in me che una giovane donna che vorrà per moglie, perché lui lo sa già da un pezzo che mi sposerà: è da molto che mi aspetta passare davanti alla sua officina.
Alza solo lo sguardo che m’ insegue finché non svolto l’angolo e ogni sera, da anni, lo riabbassa per baciare i miei occhi stanchi mentre una regina canta:
“La vita è un letto sfatto, io prendo quel che trovo
e lascio quel che prendo dietro di me”

DUE MINUTI!

C’è solo il tempo per gli ultimi ritocchi: costumiste e truccatrici seguiamo in corteo le finte regine sul palco dove le attende impaziente l’ispettore di studio che, cuffie all’orecchio, ascolta le disposizioni finali del regista.
Una Bella Elena di turno lascia che le passi il lucido alle labbra poi si allontana stizzita e non ringrazia la mia pazienza né la mia arte.
Vorrei brividi di rugiada sugli occhi stanchi, e non sale di sudore che mi acceca.

E’ il 1974. Ancora sette puntate. Dalla teoria dei correttori scivolo rapidamente, soltanto qualche pennellata sul volto giovane della mia regina con gli occhi chiusi di chi si fida e si affida.
Il Delle Vittorie è gremito: ragazzi e ragazze fanno la fila dal pomeriggio per essere ammessi nelle liste di clacchisti e figuranti, chiamati e intruppati in drappelli a sparare applausi a comando, per qualche migliaio di lire: un modo sano per avere qualche soldo in tasca, almeno fino all’ultima puntata, in attesa di un nuovo show, forse.
Mille luci si accendono sulle due giovani donne bionde in bianco e nero che presentano altre donne e altre dive, sensuali ballerine o giunoniche cantanti dalle voci vibranti, attrici e attori di cinema e teatro. Il pubblico, che da casa fa share senza saperlo, vuole vederle rivali ma, le regine dello spettacolo sono leali compagne di lavoro, se non proprio amiche.
Se fossero già stati quelli i primi semi odiosi per una televisione approdata agli incrementi di ascolti tramite scontri volgari, rissa e urla sulle scene da dare in pasto alle nuove platee, non saprei dirlo.
Lei no, non ha mai detto a voce alta le sue parole e anche quando ha scoperto l’ombelico più criticato e censurato del momento, non ha mai dismesso la sua regalità. Nemmeno cantando “Que calor”.
Prima di essere dive ed icone dei loro tempi, le regine sono innanzitutto signore. Basta saperlo, basta ricordarlo. Le Belle Elene di turno non lo sanno; non si fidano né si affidano, urlano e strepitano senza alcuna finezza.
Rinchiuse nelle roccaforti del ruolo dei vent’anni, non sanno che delle loro torri non resteranno che i merli sbrecciati e tremolanti come la mia mano che ferma non lo è più.
Tampono inciprio e lucido ghigni, non più sorrisi.

UN MINUTO!

Fretta!
Fretta di arrivare prima di ulteriori api regine che sciamano coi loro fuchi servitori, per confezionare successi in contenitori da nulla, in altri studi.
Non posso permettermi di sbagliare una sola ombra. E’ tutta mia la responsabilità della perfezione delle immagini riflesse nei monitor. I cameramen scivolano sui carrelli, e inquadrano quello devono, il resto non è affar loro. Il tecnico delle luci ha già fatto il suo lavoro e ora è andato altrove a montare gelatine colorate di popolarità.

E’ il 2011. La mia regina è ancora tale e anche Diletta, la mia nipotina sa di chi parlo.
Vestita di broccato bianco e argento, impassibile nella sua pettinatura di tutta una vita, oggi l’ammiro in uno spot pubblicitario: sovrana in decadenza ma, pur sempre regale mentre i cocci del tempo disegnano sul cuoio della sua pelle antica, reticoli di ricordi. Tutta la teoria dei correttori è stata messa all’opera per sfumare couperose e stuccare rughe, nascondere occhiaie e mitigare borse; ho già steso il velo miracoloso del fondo sulle macchie scure dei cloasmi, e ora impasto terra e fard sul dorso della mano per ombreggiare, esaltare, minimizzare. Sono un’artista.
Mentre inzuppo e spolvero il pennello, ridipingendo zigomi mento e decolleté della vecchia signora ultrasessantenne seduta alla poltrona del camerino, che rendo splendente per andare in scena, penso che il tempo abbia un suo galateo, ma non sia uguale per tutti.

TRENTA SECONDI!

Occultare: è la parola d’ordine, trenta, i secondi per obbedire.
Veloce più che posso, corro sul palco con il mio piccolo beauty: tampono sebo e sudore, sventolo piumini di cipria, spazzolo fard per correggere l’ultima ombra e tiro fili di lucidalabbra.
Poi sparisco acquattandomi dietro i monitor, un’ultima volta.
Intono poche note all’ispettore di turno che si allontana:
“Non gioco più, me ne vado. Non gioco più davvero.
La faccia di cemento tu parli e non ti sento”.

Stasera fuori dalle scene, mi aspetta una festa di spumanti da stappare sulle lodi alla mia carriera. Mi ritiro. “Non gioco più… Tanto il mondo come prima senza voglia girerà” canticchio accendendo una sigaretta sulle note dell’armonica a bocca suonata ancora nella mia mente dall’immortale Toots Thielemans, mentre le mille luci del palco si spengono alle mie spalle.
Le parole della canzone scorrono come la mia sigla personale di fine programma, frammenti di un universo che orbita ormai lontano dalla mia strada.
Ho giocato alla vita accettando per me e sfidando per altri, le regole dei ruoli del tempo che passa e ora che scendo dal carrozzone dello spettacolo, so bene qual è il mio nuovo posto nel mondo e mi piace.
Non gioco più.









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martedì 5 luglio 2011

SANTA PAZIENZA: il mio terzo posto al Premio Massimo Troisi

SANTA PAZIENZA

Mi hanno chiamata Santa Pazienza perché dopo circa dieci anni di tentativi e sette figli maschi alla fine sono nata femmina: agli Incurabili, un ospedale che porta iella solo a nominarlo. Sono la paziente preferita del mio medico, il dottor Mazzacurati e vivo più nel suo studio che a casa mia, non perché sono malata, ma come dice la diagnosi scritta sulla mia ricetta, sono un po’ condriaca. Significa che spesso immagino di stare male, ma la verità è che io soffro per davvero e quando il dottore mi dice che non ho nulla, allora vado nella mia farmacia di fiducia e chiedo alla dottoressina, quella nuova coi capelli ricci, che mi capisce e mi consiglia di prendere un’aspirina fluorescente e un pranzodasolo per lo stomaco, e che se non mi passa dopo due o tre giorni, devo tornare dal dottore.
Quant’è brava! L’altro giorno stavo facendo la fila e stavo dietro la riga gialla, sapete, quella della cortesia per non farti i fatti degli altri, ma la signora che stava al banco parlava così forte che non ho potuto fare a meno di sentire cosa stava dicendo: voleva delle supposte di Optalidò, ma la dottoressina, diligentemente, non poteva dargliele senza ricetta del medico. La signora quasi piangeva e insisteva e insisteva, ma la dottoressina si rifiutava e si rifiutava: “Non posso venderle dei barbitù senza ricetta!”le ripeteva con santa pazienza, eheh! E sarebbero andate avanti fino all’ora della chiusura quando sono intervenuta io, pratica, e che la pazienza la stavo perdendo anche perché non ce la facevo più a stare in piedi: “Ma dottoressa, su! ha mai visto qualcuno suicidarsi con le supposte?”
E così finalmente la signora ha avuto le sue supposte ed io quelle di nitroglicerina che soffro di stissitezza perché ho il colon, come dice il dottore: irascibile, no, irritabile, anche se io direi che è veramente furioso! Ma il dottor Mazzacurati dice solo che devo stare più tranquilla e non pensare troppo alle malattie che altrimenti mi manda dalla pissicologa, ed io ci provo, ma a casa c’ho l’enciclopedia della salute sul comodino e conosco a memoria tutti i nomi dei birus. Poi, siccome adesso non ci vedo tanto bene, perché sto diventando presbica, mia nipote Mariuccia, quest’estate ci è venuta da Positano per registrarmela sull’aipò, così dice che posso ascoltare invece che leggere. Ma, che volete, io non sono troppo tennista e tante volte non riesco a farlo funzionare, così mi arrangio e allora per leggere uso la lente di gradimento.
Sono proprio adottata per la medicina. Il medico dovevo fare io, ah, se tornassi indietro! Mio marito, buonanima, per esempio, stava male col cuore e il cardiologo gli aveva detto che aveva soltanto bisogno di riposo ma io lo vedevo soffrire e così gli davo delle gocce di belladò come stava scritto sull’enciclopedia e lui ha smesso di soffrire ed ora riposa; in pace!
Ho consigliato la stessa medicina al mio vicino di casa, signor Pietro, che l’ha fatta prendere alla moglie Lenuccia e in pochi giorni pure la poverina ha finito le sue pene. Eh, cari miei, quando si può fare del bene!
E pure lui si è ripreso assai e ora sta così ringiovanito che il sabato va pure a fare le merende e la salsa cubana, che dice fanno assai bene al cuore, ma io non mangio nulla fuori pasto e preferisco il ragù napoletano che è cosa nostra.
Ma con le medicine bisogna fare attenzione: bisogna leggere attentamente le avvertenze e le modalità d’uso e le centoindicazioni scritte sul bugiardino.
Lo sapete perché lo chiamano così? Perché non è tutto vero quello che ci scrivono!
A proposito di bugie, stamattina alla dottoressina ho fatto presente che la crema che mi ha consigliato contro gli isterismi della cellulite, non funziona affatto e che mi ha dato anche un sacco di affetti laterali, infatti, mi è venuto tutto un calore soprattutto sul lato destro delle cosce, che sul bugiardino non c’era scritto, e così io sono andata subito dalla mia dottoressina. Fortuna che sono un’attenta e che leggo tutto quello che riguarda la salute. Infatti, la farmacistina mi fa: “Ma lei è un medico signora, perché non esercita?”
“Ai tempi miei non facevano entrare le donne nell’esercito, cara mia! E poi lei è troppo buona, io sono solo un’autodicarta!”.
E’ proprio brava la dottoressina e mi consiglia sempre bene: oggi, per esempio, mi ha dato buoni suggerimenti per quando vado al mare e mi ha fatto prendere una crema solare, clinicamente intestata che protegge la pelle dai raggi ultraviolenti, che si sa fanno assai male, e pure una protezione speciale per le gambe perché ho le vene vorticose.
Bè, gli anni passano ed io non sono una di quelle cresciute con i biscotti al plasma! Comunque, non solo la pelle va protetta, ma anche i piedi e per camminare sul mare ci vogliono le scarpe giuste così mi sono presa anche un paio di zoccoli del dottor Sciù.
Dovete provarli perché fanno un massaggio sotto la soletta planare stimolando il plesso solare che vi fa fare un’abbronzatura da favola! Eh, già, so tutto io, sono ferrata come un cavallo a vapore sul campo di battaglia.
E anche sulla corretta limettazione so tutto, perché chi mangia bene campa cent’anni dice il Mazzacurati, però io ogni tanto sgarro e mi concedo qualche sfizio, perché sono anche un’astronoma buongustata e mi piace la birra doppio smalto su un bel piatto di frittura di calamai o di spaghetti alle gondole voraci al cartoccio, sapete, quello che si fa con la carta spagnola? Mm, sono la mia specialità anche le zuppe di legumi fatte con le scorie di parmigiano che contiene il calcio per le ossa, specie per chi non gioca a pallone, come me che sono stata sempre una rana nello sport.
Ma la mia passione sono i dolci ed è per questo che il dottore me li ha vietati perché ho la glicemina alta e anche il fegato un po’ rovinato: dice che ho il quadro profetico e le transasinasi alterati.
“Ma di che trans va parlando dottò? Io sono sana come un pesce femmina e si vede, e non ho mai avuto niente a che vedere con gli asini”, sono sbottata perché quando è troppo è troppo, specie per una preparata come me.
E per fargli dispetto, quando sono tornata a casa, mi sono preparata un bel pranzo, mi sono rifucilata per bene pure con una bella torta con l’uva passera e per finire mi sono mangiata anche un barattolo di pesche sciroccate e una guantiera di paste mignot. Poi, però mi sono sentita male e mi sono dovuta fare il bicarbonato di soia per digerire.
Di sera non volevo cenare per paura di stare di nuovo male, così mi sono fatta una tazza di latte pazzamente scremato e me ne sono andata a letto.
Ma che volete, non riuscivo a prendere sonno, forse era la fame, ma ho resistito senza mangiare nulla e per distrarmi mi sono messa a comporre un puzzol da duecento pezzi e ho acceso la tv. C’era la maradona elettorale e tutti parlavano di sballottaggio a Milano come il nuovo miracolo a Milano, e gli expolli di Torino già davano Fessino in testa e il lider del cartoccio si stava incazzando nero che sta pure male con la cravatta verde.
Di Napoli non volevo sapere proprio nulla, tanto, la munnezza non ce la toglie nessuno nemmeno De Lettieri, o quell’altro, Magistri, così ho girato i canali fino a quando non ho trovato Siessai. Bello, Grissò, e quant’è bravo! Quella che non mi piace proprio è la bionda che sembra un trans, lei sì che c’ha le transichecosa alterate! Quella ha la voce tutta sessuale che non c’azzecca con i morti stecchiti in litri di sangue o i cadaveri carbonizzati come bistecche sul biutichess, ma com’è che si chiama quella? C’è l’ho proprio sulla penna della lingua, ma non mi viene di ricordarlo. Vabbè, non fa nulla; dicevo che mi sono messa a vedere Siessai, però era già iniziato e il cadavere di un bellissimo giovane-grandezza di Dio- stava appena cadendo da un balcone, mezzo nudo, quasi in testa ad una ragazza che si domandava dove erano finiti gli uomini.
Ci credo, ho pensato io, già ce ne sono pochi in giro di uomini belli: quelli o si fanno preti o sono occupati o sono gai, non allegri, proprio gai, avete capito, no? oppure muoiono come le mosche, che spreco! E mentre pensavo queste cose devo essermi addormentata perché quando ho riaperto gli occhi il bel giovanotto era più vivo che mai e se ne stava seduto sulla ringhiera di un balcone all’ottimo piano, con una pezzo di ragazza tra le gambe, beata lei, che ci è rimasta assai male che sul più bello quello gli è scivolato di sotto, non sotto a lei però, proprio di sotto, giù in strada: più gomito interrotto di così!
Così ho spento la tv e mi sono presa una decina di gocce di Ennè che il Mazzacurati mi ha dato per dormire. Ho fatto un sogno stranissimo.
A un certo punto arrivava Pupo e insieme andavamo a giocare al Bingo e io vincevo un sacco di soldi, un sacco vero che dovevo caricarmi sulle spalle ed era così pesante che per riuscire a camminare dovevo per forza alleggerirlo un po’, così dietro mi sono venuti alcuni giovanotti, uno era tale e quale a quello morto di Siessai, che volevano aiutarmi a portarlo. Allora ho cominciato a correre liberandomi di alcuni pacchi di banconote per tenere buoni gli inseguitori, che alla fine mi hanno raggiunto perché mi ero infilata in un vicolo cielo. Mi sono ritrovata spalle al mulo e stavo per lasciare il sacco quando è arrivato di nuovo Pupo che mi fa: “Signora, il dottore le dà la possibilità di cambiare il sacco”.
“Accetto l’offerta e prendo il 38” così sono salita sul bus e sono scesa alla fermata sotto casa, ma un gatto nero mi ha tagliato la strada mentre stavo per attraversare e così mi sono fermata ad aspettare che passasse qualcun altro a prendersi il malocchio al posto mio. Siccome erano le tre del mattino e non c’era anima viva in giro, mi sono seduta sul marciapiede, vicino ai cassonetti ad aspettare. Finalmente è passato il camioncino che ritirava la carta, ma l’uomo che prendeva i sacchi era Giorge Cluni che mi ha lanciato una busta piena di cialde di caffè ed è scappato inseguito da Bonolis che gli gridava dietro: “Aridamme le crema e gusto mia che me fai scappà la Robberts!”
Così io sono rimasta sulla strada deserta con le cialde in mano e stavo per tornare finalmente a casa quando è caduto un pianoforte dal cielo che mi ha mancato per un pelo. A suonarlo c’era Ettongion che suonava eppibirdi alla buonanima di Diana. Questa però, come se fosse viva, mi è venuta incontro e mi ha dato una pistola per ammazzare la regina Elisabetta dicendomi: “Vendicami!”.
Così, tenendo la pistola con tutte e due le mani, come una poliziotta di Criminalmainz mi sono messa a cercare la regina e a un tratto l’ho vista: tutta vestita di giallo che mi pareva l’uccellino Titti, allora ho preso la mira per colpirla al cuore. Stavo per spremere il grilletto quando è apparso il Gatto Silvestro che si è parato davanti alla regina urlando: “No, su Bettina non si può!”
Che sudata! Per fortuna si è fatto mattino ed è suonata la sveglia alle sei che alle sette faccio il mese di maggio: Madonna mia, ti ringrazio!
Di solito, dopo la Messa, resto con altre signore della parrocchia a cucinare per la mensa dei poveri o a raccogliere soldi per Padre Santo, che l’organo gli suona male senza canne, oppure per instaurare qualche quadro di quelli antichi anticristo.
Che volete, con Padre Santo ci vuole Santa Pazienza, che sono io medesima.
Ma ieri mattina dopo la Messa della Madonna, son dovuta scappare in un’altra Chiesa per un funerale e un matrimonio.
Pare uno scherzo e invece no, funerale e matrimonio erano a distanza di un’ora e nella stessa Chiesa! Il primo alle undici e il secondo a mezzogiorno. Il prete evidentemente confidava nel ritardo della sposa per cambiarsi i paraventi oltre che per permettere al fiorista di sistemare i gobbi lungo la nave centrale e i fiori sull’altare. Io pure, poveretta, capirete, non sapevo come vestirmi, perché l’abitino rosa di sciffò, se andava bene per il matrimonio non era adatto al funerale, così ho tagliato la testa al topo, e mi sono messa un vestito di seta grigio pelle che mi sta d’incanto, perché fa bandan coi capelli. A proposito di topo: il vestito l’ho comprato nei saldi dal Topone a Milano quando sono andata a trovare mia nipote Mariuccia che studia economia alla Becconi, allora io le ho chiesto:
“ Perché ‘sto negozio si chiama così? Certo è strano, poi sta pure su una bella strada, non come Collenapoleone, ma insomma”, e mia nipote mi fa: “ Sono stati quelli dell’insegna luminosa, zia. Si sono dimenticati di mettere lo spazio tra Top e one.”.
Caspita! Uno che doveva essere il Top uan è diventato una zoccola! Però pare che gli affari gli vadano bene lo stesso, ma non voglio divulgarmi troppo, perché devo finire di raccontare delle due cerimonie.
Dovete sapere che la Chiesa in questione è sulla costiera amalfitana, non vi dico esattamente dove e come perché i numeri li hanno già giocati e non sono nemmeno usciti, però immaginatevela su una strada stretta e tutta curve e con un piccolo sacrato fatto di scalini. Mò, dico io, tra tante chiese, giusto quella più difficile dovevano scegliere?
E proprio a me doveva capitare che soffro il mal d’auto, anche se guido io? Per fortuna c’avevo già i braccialetti grigi, da quella volta che dovevo prendere l’aereo, consigliati dalla dottoressina, che conoscendo la mia preparazione scientifica mi ha spiegato per bene come funzionano: “Il bottone di plastica semola una rigidopressione sul punto pissei dell’agopuntura e minimizza la stimolazione del parato gesticolare” mentre spingeva col suo dito un punto sul mio polzo. Per maggior sicurezza però, prima di partire, mi sono presa pure un paio di pillole di scovolanina.
Madonna e quant’è difficile la medicina, a volte mi chiedo come fanno quelli che non sono preparati come me.
Ma nella vita ci vuole santa pazienza per affrontare i casi della vita e infatti, per combinazione, il morto e lo sposo abitavano nello stesso palazzo e tutt’e due stavano lasciando la propria casa per passare a miglior vita.
A volte mi vengono delle battute che penso posso andare a fare la comica a Zelì.
E la sposa? Ah, la sposa era bellissima nei suoi centodieci chili di tull e organs, e non era in ritardo, forse perché non vedeva l’ora! Gesù, me ne stanno venendo una dopo l’altra: quando comincio con le battute, non la finisco più; divento incontinente! Ma torniamo al funerale.
Poco prima delle undici dopo aver vomitato solo tre volte grazie ai braccialetti menomali e alle pillole, avevo già paccheggiato nel parco di mio fratello Settimio, al posto di Mariuccia che non era scesa da Milano perché aveva l’esame di Marchettin e mi ero avviata verso la casa del morto che ululava di gente. Tutti gli uomini erano vestiti di nero con l’aria triste e quelli del funerale si confondevano con quelli dal matrimonio che salivano e scendevano le scale del terzo e quarto piano: una vera casabanda.
Anche le donne erano tristi forse perché c’era un uomo libero in meno, e si riconoscevano dalle funeraline, soltanto per le pagliette sui vestiti che erano neri pure per un matrimonio di giorno. Ma dico: la gente non conosce proprio il garateo e alla tv non guardano mai ueddiplan? Infatti, era un continuo squillare di telefonini dalle suonerie arrotanti come quella del gattino e dal piano di sotto, quello del morto, saliva un coro di “sccc!”. Poi alla fine c’è stato tutto silenzio, tranne qualche bestemmia, mentre la bara stava scendendo le scale con gran fatica perché il morto era lungo quasi due metri e pesava i cani morti. Quando finalmente si è formato il corteo per andare in Chiesa, ho notato anche qualche signora di quelle con le pagliette che assieme ai mariti si avviavano a prendere il posto a sedere per via delle scarpe nuove che fanno sempre male ai piedi. Mi domando come fanno le persone a perdersi in un barile d’acqua: che ci vuole a comprare in farmacia quei cerotti del dottor Sciù che non fanno venire le mbolle ai piedi e levano pure i calli?
Comunque, con la Santa Pazienza, che sono io anche questa volta, e con la volontà di Dio, con quasi mezz’ora di ritardo la bara è entrata in Chiesa e subito il prete ha iniziato a desertare sulla bontà e la cristianità del defunto; ma santo il dio degli orologi, vista l’ora, non sarebbe bastato un po’ d’incenzo e la benedizione? Per questo io ho deciso che da morta mi farò cromare!
In tutto questo, il carro funebre grigio, visto che quello nero non si usa più perché fa tristezza, che era parcheggiato in curva, istruiva il traffico nei due sessi di marcia e un coro di clacsò si univa a quello nella Chiesa. Mi sono affacciata per vedere come mai tutto quel vaccano e così mi sono messa a digerire un po’ il traffico anche perché era già mezzogiorno e ventisette gradi e perché da dietro a una curva avevo visto arrivare la limusì nera della sposa sperando che avesse l’aria confezionata a manetta alla faccia del buco dell’azoto.

Dopo qualche minuto il morto e la sposa si sono trovati faccia a faccia nella stessa curva di fronte alla Chiesa: i due autisti sono scesi dalle macchine come Erri Fonda e Ciarli Brons in C’era una volta il uest, e si sono menati mazzate da cecati. Intanto lo sposo che era arrivato a piedi, mentre provava a separarli si è preso un pugno in bocca e ha iniziato a sputare sangue.
Allora è scesa anche la sposa dalla macchina che pareva un panzer, sudata come un cammello del nascional geograff, col velo a tracolla e si è messa a urlare: “Basta! Ci dobbiamo sposare!” menando mazzate al promesso sposo, col tacco di una delle sue scarpine bianche numero quarantuno, che ha cominciato a sanguinare anche un poco dalla testa, poi dopo qualche altro colpo, tirandolo per il braccio se l’è portato in Chiesa.
Fortuna che avevo in borsa le salviette alla muchina e un paio di guanti in mantice, così, come una di ensiaies ho disinfestato la testa allo sposo e il matrimonio si è consumato in fretta senza nemmeno aspettare i testimoni, e gli anelli e senza l’Avemaria di Sciubè che mi piace tanto.
Al rinvenimento pero è andato tutto bene e mi sono anche evitata di avere il buchè in un occhio. E meno male che sono astenica, così quando mi hanno fermato i carabinieri mi hanno trovato sorba e con la cintura abbracciata e mi hanno subito rilasciata tornare a casa per prendermi una bella bustina di digerself per digerire.
Che giornata! E chi se la scorda più!
Ho fatto bene a non risposarmi io!
Dopo la morte di Pinuccio mio, e di Lenuccia sua, signor Pietro ha iniziato a costeggiarmi. Una volta ha bussato alla mia porta con dodici rose rosse in mano: “Congiungiamo le nostre solitudini, Santa!” e le nostre pensioni ho pensato io, così unisci l’utero al dilettevole, e no. Nossignore! Alla mia libertà non rinuncio più. Certo, qualche volta la sera mi viene un po’ di malinconia però subito mi riprendo perché meglio sola che male scampagnata! E allora prendo l’enciclopedia della salute e mi metto a leggerla un po’ così mi distraggo e appena ho qualche sintomo, zac, già so di quale sindone si tratta. Infatti, dopo lo stress del funerale e del matrimonio, mi sono diagnosicata un’occasione intestinale - non è colpa mia se sodomizzo tutto- e sono stata così tanto male, che sono dovuta andare dal Mazzacurati.
Prima però ero andata dalla dottoressina mia a prendermi un litroclisma di nitroglicerina, ma forse perché il dosaggio era pediatrico, non mi ha proprio fatto affetto.
Quando il dottore mi ha fatto spogliare, mi ha fatto stendere sul lettino e mi ha messo una mano sulla pancia, mi sono subito sentita meglio. Gesù, che bell’uomo, ma com’è che non me n’ero accorta prima?
A guardarlo da stesa, mi pareva altissimo, col camice bianco smerigliante, i denti bianchi, tutto abbronzato coi suoi modi gentili e poi la sua cortura, un’enciclopedia vivente: che meraviglia. Il mio uomo irreale. Mi sono sentita così innamorata che ho cominciato a piangere, al che lui si è preoccupato e mi ha carezzato la testa domandandomi cosa mi sentivo e mi ha messo quell’affare di metallo, il coso...scopio proprio sul cuore che batteva forte come i ritocchi del campanile della parrocchia.
“Non è nulla, dottò, credo di avere avuto soltanto un momento di commozione cerebrale, ma ora è passato, grazie” gli ho detto senza riuscire a guardarlo negli occhi.
Intanto lui continuava a visitarmi bene fino a sotto la pancia, quasi fino a…lì specie dove si vedevano, ehm… i peli neri uscire dalla mutandina…, già, perché io di sopra, sembro vecchia, ma altrove, sono come una ragazzina: volete mettere le gioie che ho avuto quaggiù con le preoccupazioni e i pensieri che ho avuto quassù?
Nel frattempo io ero tutta un brivido a sentirmi quelle belle mani da medico sul corpo e in testa mia dicevo: “Sì, ancora, dai!” volevo che la visita non finisse mai e invece a un certo punto mi ha detto di rivestirmi mentre si andava a sedere alla scrivania. “Signora Santa, lei non ha nulla, va tutto bene, deve soltanto bere due litri d’acqua al giorno, fare una dieta leggera con molta frutta e verdura e camminare, magari in compagnia così è più piacevole”, ha iniziato a dirmi quando mi sono seduta di fronte a lui. Poi ha detto anche qualcosa a proposito degli oromoni, dei capelli grigi e delle tinture che fanno sembrare più giovani, ma io non lo ascoltavo più e volevo sentirmi male di nuovo per farmi visitare ancora.
Quando sono uscita dallo studio, sono andata direttamente dalla dottoressina e mi sono fatta dare una tintura, biondo pelle, per farmi i capelli come quelli di Marilì Morrò che era proprio una costituzione in fatto di biondezza, e me ne sono tornata a casa tutta incitata.
Mi sono chiusa in bagno, ho aperto il foglio con le distruzioni e mi sono preparata la tinta.
Ne sono uscita un’ora dopo che sembravo un’altra persona, tant’è che quando è venuta su Titina, la portiera, per sapere cosa potevo darle per il mal di denti che la faceva piangere dal dolore, quando le ho aperto la porta, mi ha chiesto se c’era la signora Santa.
Però mentre stavo prendendo le siringhe di toradò nell’armadietto nel bagno, lei dalla cucina mi diceva che alla mia età era più adatto il grigio del biondo Marilì. Allora mi sono incazzata nera perché quello che non sopporto nelle persone è l’ignorantità, e sono tornata a mani vuote dal bagno dicendo che non avevo nessun anticlororifico in casa. Così impara a criticare!
Devo dire che la mia vita da bionda è solo agli inizi ma già mi sento meno Santa, e sono subito andata dalla dottoressina per farmi consigliare qualche pillola per dimagrire.
Mi ha dato un cofanetto di Dietabella contenente, una bottiglia di sciroppo al tassaco per la plinplin, una scatolina di bustine al lupo mannaro per la plonplon e un barattolino di pillole alla robiola per la fame, che mi durano per quindici giorni di dieta. Poi sono passata al supermercato e ho comprato tutti i cibi lait: latte scremato, fette biscottate integrate e gli albraflacs, la presaola di tacchino, il petto di pollo allevato a berna, lattuga, rugola e carote, i finocchi no che non mi sono piaciuti, zucchine e fagiolini, peperane e melanzoni, cioè, peperoni e melenzane e i merletti di filuzzo, cioè volevo dire: i filetti di merluzzo: è che quando parlo troppo mi si mischiano le sillabe e faccio confusione.
Pensate che una volta mi è successa una cosa imbarazzantissima dal macellaio, quando spiegavo a una signora che non bisognava mangiare le carni con le ossa per colpa del morto della puzza macca, per non parlare di quando dal tabaccaio, dopo aver giocato al superenalotto e a uinfolaif, gli ho chiesto pure un cazzo di marte per farmi un solitario! Eh, Santa Pazienza!
Comunque, dopo tutte quelle spese, ho iniziato a fare la dieta. Dopo quindici giorni ero già una sifilide bionda che in tuta da ginnastica Forteavventura e scarpe silver della naik, con l’aipò nelle orecchie, correva in villa comunale meglio di Bolt e dopo altri quindici giorni mi sono comprata un bel tagliè rosso cuoco di Armadi e poi sono entrata nel negozio dei miei sogni: Sedaccion e ho chiesto alla commessa un completino intimo con reggiseno a bocconcino e tango brasiliano. Quella però mi fa, con aria d’insufficienza: “Se proprio lo desidera vado a vedere in deposito se c’è rimasto qualcosa.” Allora io che ho capito l’illusione le ho chiesto di consigliarmi e lei si è subito attivata, si è girata sui tacchi e dopo essersi arrampicata su una scala, rapidissima come una di un circolo equestre, ha posato sul banco uno scatolone ed ha iniziato a svuotarlo parlandomi della nuova moda burlè spiegandomi che ora la biancheria per essere trend deve arrivare direttamente dalla sartoria. Così si è messa a cacciare dallo scatolone, reggiseni con piume e pagliette, e mutande alte come quelle che porto sempre, ma tutte decorate di pizzi e merletti e ancora pagliette, e pure passamanerì, che invece che mutande sembravano poltroncine, così le ho chiesto se aveva qualcosa di più semplice.
Allora la commessa, sempre con aria d’insufficienza, si è arrampicata di nuovo sulla scala e ha tirato giù uno scatolo piccolo piccolo, come una scatola di cioccolatini, poi mi ha guardato e mi ha detto che ha trovato proprio quello fa per me tirando fuori due pompon piumettosi rossi, chiusi in uno scatolino trasparente e una cosa che sembrava un groviglio di fili rossi intorcinati intorno ad un altro pompon piumettoso.
A quel punto ci siamo guardate negli occhi come due cani da combattimento ed io non ho abbassato lo sguardo nemmeno quando lei mi ha detto che potevo provare il perizò sulla mia biancheria mentre il reggiseno no, perché non è antigienico per via degli adesivi. E non l’ ho abbassato nemmeno quando sono uscita dal negozio per entrare in quello di fronte, la merceria di Pina, a comprare un bel completino nero della poppea.
Ma in merceria mi è venuta un’idea e continuando a sberciare nel negozio di fronte, ho comprato uno scatolino di pagliette, due metri di merletto nero di pizzo e due metri di nastro di velluto, ago e filo, e un paio di piume che mi sono costati più del completino. Ero così felice che mi sono pure dimenticata di passare in farmacia a prendere le pillole di pranzodasolo per lo stomaco! E tornata a casa mi sono messa a cucire per tutta la sera, le mie mutande alla moda burlè, tiè!
Non ho smesso di cucire nemmeno per vedere ensiaiess antologi: stavo facendo delle mie mutande poppea un’opera d’arte per non parlare del reggiseno che sembrava uscito da un’ateliè di alta moda. Ero molto soddisfatta di me medesima e l’indomani, nel pomeriggio, il Mazzacurati faceva studio. Quando sono andata a letto, non ho preso nemmeno le pillole per dormire: ero in un brodo di giugno.
Di mattina sono andata a correre in villa comunale, poi sono andata a comprarmi le scarpe rosse col tacco dodici; Gesù, sembravo proprio Marilì, forse un po’ più vecchia, ma lei sarebbe stata tale e quale a me se fosse arrivata alla mia età; non ero mai stata così felice in vita mia, nemmeno quando è morto Pinuccio! A pranzo ho mangiato una foglia di lattuga, un filetto di merluzzo e tre ciliegie e poi ho messo il completo burlè e il tagliè rosso con le scarpe nuove e siccome sono furba mi sono messa posticipatamente i cerotti del dottor Sciù dietro ai galloni. Poi, sono andata allo studio del dottore.
Era la prima volta che ci mancavo da un mese, così quando la segretaria mi ha aperto la porta, non mi ha conosciuta e mi ha chiesto come mi chiamavo. Si è scusata dicendo che stava distratta e che mi trovava molto bene, allora io le ho detto, per darmi un tò, che ero stata in viaggio e subito lei, biscida come una supposta: “ E’ stata a Lurd?” ed io più pronta ancora: “ Sì, e lei signorina Anna?”, “ No, io no, mai stata.”. “Si vede”, le ho detto un po’ acida e lasciandola con la bocca aperta come una cernia in coma, mi sono girata e sculettando sui tacchi me ne sono andata a sedere di fronte alla porta dello studio, sfogliando un giornale senza leggerlo perché ero troppo mozionata.
Quando il Mazzacurati ha salutato l’anziano signore, quasi spingendolo per farlo uscire dallo studio, l’ho sentito sospirare, “ ah, Santa Pazienza!”, ed io mi sono alzata subito: “Eccomi!”
Avreste dovuto vedere la sua faccia che guardava prima me poi la segretaria, che non diceva nulla, e poi di nuovo me. Finalmente mi fa entrare nello studio e mentre mi siedo di fronte alla scrivania, si siede pure lui e si complimenta per il mio nuovo luc, allora io gli dico che, sto bevendo due litri d’acqua al giorno che elimino come una grondaia, che sto facendo la dieta e che sto facendo lunghe passeggiate, che mi sono fatta la tinta per sembrare più giovane e che gli oromoni non li ho mai utilizzati ma non vedo l’ora di spenderli e che non mi sento tanto bene.
Allora lui mi chiede qual è la mia diagnosi, perché lo sa che sono una paziente preparata, ed io inizio a spogliarmi per mettermi sul lettino. “Non c’è bisogno che si svesta”mi dice facendomi risedere, poi mi prende il braccio sinistro e mi misura la pressione. Certo, devo averlo tubato, così gli spiego con dolcezza che mi sono innamorata. Allora lui mi guarda tutto comprensivo, e mi dice che ne è molto lieto e che l’amore mi ha fatto un gran bene e che ora devo pensare a risposarmi; io mi sento vampare mentre mi dice queste cose così dolci e divento tutta rossa e lui che mi sta misurando la pressione, se ne accorge mi guarda con aria preoccupata e mi dice di stare rilassata che va tutto bene.
Quant’è caro, penso, e più mi parla e mi rassicura, più sono convinta che anche lui mi ama e sento gli oromoni urlare dal basso del completino burlè che sto morendo dalla voglia di fargli vedere. Allora mi sbottono la giacca del tagliè e gli mostro fiera il mio seno nel lavoro di cucito di pagliette e merletto e gli domando se gli piace.
E sapete lui cosa mi risponde? No, non potete nemmeno immaginarlo!
Mi dice che ho fatto un bel lavoro e che ora devo comprarmi una buona crema al collant da mettere con santa pazienza tutti i giorni e poi di andare da un bravo chirurgo pastico per farmi fare un lifti per l’apoteosi del seno. Questo mi ha detto, capite?
Allora mi sono messa a piangere, e lui mi ha chiesto ridendo se era un momento di commozione cerebrale, ma poi ho avuto un calore e sono caduta in calesse. Mi sono ripresa che stavo mano nella mano del Mazzacurati ma ormai sentivo di odiarlo quell’agrestre cavernicolo travestito da dottore.
Quando sono uscita dallo studio, però avevo ancora gli oromoni tutti insubbugliati e le pagliette che mi friccicavano, così quando sono tornata a casa, ho bussato alla porta del signor Pietro, che è quasi svenuto quando mi ha visto: “Santa Pazienza!”
Allora gli ho detto subito con voce sessuale mentre m’infilavo dentro casa sua per mostrargli il mio burlè: “Ci facciamo una merenda o una salsa cubana?”

mercoledì 22 giugno 2011

Pazienti smarriti

E' una storia drammatica quella che ci propone Maria Rosaria Pugliese con il suo Pazienti smarriti, che si snoda attraverso i tristi corridoi d'ospedale in cui è facile perdersi, e quelli felici della memoria bambina ,in cui potersi ritrovare.
E'un gesto d'amore.
I box evocativi dei ricordi d'infanzia, alleggeriscono la tensione della lettura con immagini vocianti di giochi tra terrazzi fioriti e giri di giostre, come piccoli camei incastonati nelle dolorose pagine che ci raccontano del paziente Ettore, della sua battaglia e della sua resa.
...fa bum anche questa volta e vieni fuori...